
Più il lavoro è fatto bene, più rischia di diventare invisibile. Al contrario, il lavoro disorganizzato, rumoroso, continuamente esibito, può finire per essere percepito come più impegnativo e quindi più meritevole.
Se una persona sa lavorare, è organizzata, autonoma, puntuale, elimina o previene le criticità, il suo contributo tende a scomparire: le scadenze vengono rispettate, non si creano lamentele, i superiori stanno tranquilli.
Al contrario, chi è disorganizzato o non conosce a fondo il proprio lavoro ha spesso bisogno di aiuto, si lamenta di essere troppo oberato, invia email, telefona, coinvolge il responsabile, trasforma ogni attività in una piccola emergenza. Così finisce per apparire come un eroe che dà prova di coraggio e impegno.
In sostanza, la competenza autentica riduce il rumore. Un bravo tecnico evita che il problema diventi blocco. Un bravo amministrativo impedisce che una pratica si perda. Un bravo coordinatore previene conflitti, ritardi e incomprensioni.
Quando tutto funziona nessuno se ne accorge, perché il lavoro ben fatto non viene rappresentato sul palcoscenico dell’ufficio. Erving Goffman, studiando la vita quotidiana come rappresentazione teatrale, riteneva che ogni ambiente sociale avesse una scena, un pubblico e dei ruoli. Anche l’ufficio, in questo senso, ha il suo teatro: c’è chi agisce, chi osserva, chi interpreta, chi cerca riconoscimento.
Hannah Arendt, nella sua riflessione sulla vita activa, ci aiuta a vedere il problema da un’altra angolazione: attraverso la distinzione tra “opera” (work), l’attività che crea oggetti durevoli nel tempo, e “lavoro” (labor), l’attività ciclica legata alla manutenzione della vita che si consuma e svanisce nel momento stesso in cui viene compiuta. Molto del lavoro d’ufficio invisibile appartiene proprio a questa seconda categoria: è essenziale perché mantiene il sistema in funzione, ma il suo successo coincide proprio con la sua sparizione.
Tuttavia, come notava Guy Debord, la nostra è la “società dello spettacolo”, in cui i rapporti passano attraverso la loro rappresentazione. A questo scenario si sovrappone quella che il filosofo Byung-Chul Han definisce la “società della prestazione“: un sistema in cui l’autosfruttamento e l’esibizione della stanchezza diventano uno status symbol. Chi è sempre occupato, sempre in emergenza, acquista importanza. In questa cornice, chi lavora in modo ordinato può apparire quasi sospetto. Se non sei agitato, forse non stai facendo abbastanza. Se non ti lamenti, forse il tuo carico è leggero. La messa in scena della fatica diventa così più importante della qualità dei risultati.
Le organizzazioni, inoltre, amano misurare: ticket chiusi, email inviate, ore consuntivate. Tutto questo può essere utile, ma la legge di Goodhart ci ricorda che quando una misura diventa un obiettivo, smette di essere una buona misura. Il rischio è evidente: se l’azienda riconosce solo le emergenze risolte, nessuno avrà interesse a prevenirle. Un’organizzazione ottiene ciò che premia. Se premia il rumore, produrrà rumore; se premia la teatralizzazione dello sforzo, produrrà teatro.
C’è il lavoro reale: risolvere, prevenire, semplificare. E poi c’è il lavoro rappresentato: mostrare che si è occupati, rendere pubblica la propria fatica. Pierre Bourdieu parlerebbe di “capitale simbolico”: nel mondo del lavoro, questo non coincide sempre con la competenza, ma con la capacità di rendersi visibili nel momento giusto, con il linguaggio giusto.
Un’organizzazione, per definirsi giusta, dovrebbe distinguere tra chi produce valore e chi produce soltanto segnali di valore. Dovrebbe valorizzare la competenza che evita l’emergenza, non solo quella che interviene quando l’emergenza è già esplosa. Ma questo richiede responsabili capaci di osservare in profondità. Le domande dovrebbero essere altre: chi rende il lavoro degli altri più semplice? Grazie a chi il sistema resta in piedi senza clamore?
Perché spesso il lavoratore più prezioso non è quello che si sente di più. È quello grazie al quale il rumore non arriva.
Vi è mai capitato di dover “fare rumore” per vedere riconosciuto il vostro impegno, o lavorate in un ambiente che sa valorizzare il silenzio operoso?