
Esiste una tesi affascinante che riduce l’origine del mondo a una formula essenziale: «Diamo tempo al tempo, e spazio allo spazio, e dalle interazioni verrà fuori di tutto». Maurizio Ferraris, nel suo libro Emergenza, usa questa immagine per suggerire che, con abbastanza tempo e abbastanza spazio, dal gioco cieco delle interazioni — tra entità, eventi, sistemi — può emergere anche ciò che appare come ordine, senza bisogno di alcun progetto divino. È quella che chiama «l’onnipotenza dell’imbecillità»: una combinazione cieca che, a forza di tentativi, finisce per azzeccare la combinazione giusta (anche se, senza un progetto, “giusta” rischia di voler dire soltanto: la combinazione che è capitata).
In questa prospettiva, le leggi della natura possono essere interpretate non come “comandi” scritti prima del tempo, ma come descrizioni retrospettive di ciò che è già avvenuto, divenendo, per questo, necessarie rispetto ai fatti accaduti. Se la storia cosmica fosse andata diversamente, avremmo altre leggi — altrettanto necessarie, perché necessarie rispetto a ciò che si è, effettivamente, verificato.
È un’idea radicale e potente, ma proprio per questo solleva un dubbio logico: il caso può davvero reggere, da solo, il peso della storia cosmica?
Il punto è che, per far funzionare l’idea di casualità, non serve un progetto, ma serve almeno un’informazione primitiva. Non un messaggio, ma una struttura: un alfabeto prima del testo. Se lancio un dado, l’esito è casuale (può uscire 2 o 5), ma questa libertà esiste solo perché il dado ha sei facce e obbedisce a una dinamica fisica. Senza le facce non avrei un “caso più puro”: avrei l’indistinto. E l’indistinto non offre alternative, le annulla. Senza un insieme di alternative la parola “caso” non descrive più nulla: non è un principio generativo, è un concetto che perde appiglio.
Anche accettando l’idea che le leggi siano descrizioni post-fattuali, rimane un punto: la frase «se fosse andato altrimenti» non può significare «in qualunque modo immaginabile». Significa che esisteva uno spazio di possibilità non vuoto. La contingenza non è anarchia assoluta, è variazione entro un quadro. Senza questo quadro — una “grammatica del possibile” — la parola “altrimenti” perderebbe significato: non indicherebbe un’alternativa, ma il collasso del senso.
Per Leibniz, nulla accade senza una “ragione sufficiente”. Non nel senso di un fine o di un disegno, ma nel senso più semplice: ogni evento avviene dentro un quadro di condizioni e vincoli. È quel quadro che stabilisce che cosa è possibile e ci fa capire perché qualcosa accada “così” e non in un modo qualsiasi. E, seguendo Luciano Floridi, possiamo dire che la realtà non è solo materia ed energia, ma anche una trama di relazioni e differenze: “informazionale” in senso ontologico, non perché contenga un messaggio o un programma. In questo senso, perfino il caso ha bisogno di un menù tra cui scegliere.
Wittgenstein ci ricordava che i limiti del linguaggio sono i limiti del mondo. Se usiamo la parola “caso” per indicare l’assenza totale di vincoli, usciamo dalla grammatica che rende comprensibile il mondo. Il caso è sempre caso di qualcosa ed entro qualcosa.
In conclusione, l’emergentismo ha, forse, ragione a eliminare l’idea di un Grande Architetto, ma sbaglia se scambia l’assenza di un piano con l’assenza di un alfabeto. Il cosmo può essere un sistema aperto, non finalizzato e privo di un destino scritto, ma non è un “qualunque cosa”. L’onnipotenza dell’imbecillità può anche aver creato il mondo, ma ha dovuto farlo usando regole del gioco che non ha inventato.
Marco Di Mico è autore e divulgatore. Scrive di filosofia applicata al presente, con particolare attenzione a fede e ragione, intelligenza artificiale, etica, tecnologia, letteratura e vita quotidiana.