
Secondo Zygmunt Bauman (1925-2017), sociologo e filosofo di origine polacca, siamo diventati una merce da vendere sul mercato globale. Questa è una delle conseguenze di quella che lui chiama modernità liquida, un’epoca in cui le strutture sociali, economiche e culturali hanno perso la loro solidità per diventare fluide, instabili e precarie.
Bauman contrappone la modernità solida, caratteristica del periodo precedente alla caduta del Muro di Berlino (1989), alla modernità liquida, emersa con l’affermazione del neoliberismo e della globalizzazione. Nella prima, l’individuo si muoveva all’interno di una società con punti di riferimento sicuri: il lavoro, il matrimonio, il senso di appartenenza a una patria, alla famiglia, alla religione o a una visione politica erano elementi duraturi e difficilmente messi in discussione. Si iniziava a lavorare in un’azienda e spesso ci si rimaneva fino alla pensione; il matrimonio era considerato un legame indissolubile, e le convinzioni personali raramente subivano drastici cambiamenti. In sintesi, si viveva in un mondo solido, prevedibile e relativamente stabile.
Con l’avvento del Neoliberismo e della Globalizzazione, questo modello è diventato obsoleto. Le “rigidità” del passato sono state percepite come ostacoli al libero mercato e, di conseguenza, eliminate. Oggi, il lavoratore non ha spazio per essere anche cittadino, coniuge, genitore o un individuo con una vita al di fuori del lavoro, perché deve essere sempre disponibile, flessibile e pronto a rispondere alle esigenze delle aziende, che lo assumono con contratti temporanei e lo vogliono operativo senza investire tempo e risorse nella sua formazione. Tutto il peso della competitività ricade sull’individuo, che si trova solo di fronte ai giganti del mercato globale. Per essere “occupati” bisogna essere flessibili e precari.
Il lavoratore, per adattarsi al nuovo modello di sviluppo, è stato costretto a trasformarsi in prodotto. E come tale, per essere periodicamente “acquistato”, deve creare e gestire la propria immagine. L’identità non è più qualcosa che si scopre o si coltiva nel tempo, ma un Brand da progettare, confezionare e vendere. In altre parole, deve costruire e curare il proprio personal branding per risultare appetibile e competitivo.
È diventato indispensabile avere un profilo su LinkedIn per mostrare le proprie competenze, uno su X (ex Twitter) per dimostrare arguzia e capacità di comunicazione, e uno su Instagram o Facebook per rivelare il proprio charm, le passioni e l’affidabilità. Tuttavia, non basta creare il proprio brand una volta per tutte: il mercato globale è in continuo movimento e richiede un aggiornamento costante. È necessario migliorarsi, adattarsi e “lucidarsi” continuamente, in una corsa senza fine che toglie tempo ed energia alla vita personale e che genera ansia, stress e paura per il futuro.
Bauman non è un nostalgico né un reazionario. Coglie un’istantanea per fornirci un’imbarcazione con cui navigare nel mare della nostra contemporaneità e valutare se siamo dei marinai liberi oppure dei rematori incatenati alla galera.